



Un bellissimo scorcio di Castelfranco Veneto, dal castello
Castelfranco Veneto ridente cittadina in provincia di Treviso, da cui dista 27 chilometri, si trova sul crocevia tra l'antica via Postumia e l'asse di collegamento tra Padova e Asolo. La sua felice posizione permette di essere strategicamente vicina sia alle più belle città d'arte come Venezia, Padova, Vicenza e alla Riviera del Brenta che alle mete turistiche delle Dolomiti come Cortina, S. Martino di Castrozza e a quelle del litorale Adriatico, come Jesolo e Caorle. Conta 33000 abitanti, circa, e ha una superficie di 50,9 chilometri quadrati per una densità abitativa di 618,59 abitanti per chilometro quadrato. Sorge a 43 metri sopra il livello del mare. Città ricca di storia è patria di Giorgio da Castelfranco, detto Giorgione, pittore rivoluzionario del rinascimento veneto, dalla breve quanto misteriosa vita.
Da vedere

Castello
E' il quadrilatero fortificato che cingeva l'insediamento originario.
Le mura in laterizio, lunghe complessivamente 930 metri e alte 17,
erano scandite da otto torri (sei delle quali ancora esistenti) poste
ai vertici e al centro dei lati del quadrato d'impianto. Nelle quattro
mediane si aprivano le porte di accesso: maggiore (e meglio conservata)
è quella orientale, rivolta verso Treviso, con orologio e leone
di San Marco del 1499, coronata da una cella campanaria settecentesca.
Gli spazi liberi intorno alle mura, ancora oggi circondate da un fossato
che deriva le proprie acque dal Musone, erano destinate a fiere e
mercati agricoli.

Duomo
La chiesa principale, fabbrica neoclassica di Francesco Maria Preti
sul sito di un edificio di culto preesistente, innalza la facciata
del 1893 su un ampio sagrato, appositamente creato nel '700 e risistemato
nell'800 con statue della bottega di Orazio Marinali provenienti da
villa Corner del Paradiso. L'interno custodisce una nutrita serie
di opere d'arte, fra cui spiccano: Martirio di San Bartolomeo di Antonio
Zanchi, Madonna col Bambino in trono e i Ss. Francesco e Liberale
del Giorgione (databile 1505) e San Sebastiano di Palma il Giovane
a destra dell'abside; notevole anche il coro settecentesco. In sagrestia:
affreschi attribuiti al Veronese e G.B. Zelotti, e tele di Palma il
Giovane, Francesco Maffei, Jacopo Bassano e Annibale Carracci. A lato
della chiesa è l'ex Monte dei Pegni ristrutturato nell'800.

Casa del Giorgione
La casa Marta Pellizzari, edificio gotico alla sinistra del Duomo,
è comunemente chiamata casa del Giorgione perché in
una sala al piano nobile reca una fascia decorativa a chiaro-scuro
con Simboli delle Arti liberali e meccaniche tradizionalmente attribuita
al maestro veneto.

Teatro Accademico
Iniziato nel 1754 su disegno di Francesco Maria Preti e completato
nell'800, il teatro cittadino ha un'elegante sala a tre ordini di
palchi con ampie finestre, pensata per potervi svolgere non solo spettacoli
ma anche dibattiti e riunioni diurne. Proseguendo verso via Garibaldi
in direzione nord si esce dalla cinta muraria giungendo in piazza
Giorgione, cuore dell'antica città che ospitava fiere e mercati
agricoli. Al suo centro era la loggia del Paveion, eretta nel 1420
e restaurata nel 1603 "a perpetuo uso pubblico".

Palazzo Revedin-Bolasco
Allontanandosi dal centro storico in direzione Treviso, lungo via
Riccati, si superano la chiesa di San Giacomo (progettata da Giorgio
Massari) e l'ex ospedale (opera di Francesco Maria Preti, ora scuola)
giungendo a borgo Treviso, il più ampio tra i quartieri storici
esterni alle mura. Vi spicca il palazzo Revedin-Bolasco che G.B. Meduna
costruì dopo il 1852 sostituendo la preesistente residenza
seicentesca progettata da Vincenzo Scamozzi. La tenuta, in epoca rinascimentale
denominata il Paradiso, comprende un vasto parco all'inglese completato
da Antonio Caregaro Negrin, con anfiteatro di statue della bottega
di Orazio Marinali, specchi d'acqua e padiglioni eclettici, frutto
della ricostruzione del preesistente giardino all'italiana. In frazione
Sant'Andrea, 5 km a sud di Castelfranco Veneto, la cinquecentesca
villa Corner-Tiepolo (ora Chiminelli) mantiene all'esterno e all'interno
affreschi di Benedetto Caliari, fratello del Veronese. Nelle adiacenze
sono un museo dedicato all'arte conciaria e un museo agricolo con
una raccolta di attrezzi da lavoro e oggetti domestici.

La torre dell'orologio
La storia
testo di Giacinto Cecchetto
Dalla fondazione (fine sec.
XII) alla guerra di Cambrai (1509-1517)
In un contesto territoriale già riccamente strutturato, Castelfranco
assume ben presto un ruolo-guida, in forza della sua centralità
geografica, della sua funzione militare e del ruolo politico che ne
consegue, ma soprattutto per effetto della straordinaria potenzialità
di attrazione economica espressa dal suo antico mercato, non solamente
verso il contado, ma anche nei riguardi del Bassanese, della Pedemontana,
delle contigue aree padovane e vicentine. La Castellana (come da tempo
convenzionalmente si definisce il territorio storico di Castelfranco)
per secoli si riferirà a questo centro urbano di nuova fondazione,
soprattutto a partire dal 1388, l’anno in cui la Repubblica
di San Marco espande definitivamente il proprio dominio sulla Marca
Trevigiana. L’arrivo della Serenissima chiude per Castelfranco
oltre un secolo di eventi bellici. Strumento militare del Comune di
Treviso, sino al 1242, nelle guerre contro i Padovani (assedio del
1215) ed Ezzelino III da Romano (dal 1229), il castello passa a quest’ultimo
nel 1246. Ezzelino fortifica ulteriormente la cinta murata con due
gironi over torrioni, ma ne perderà il possesso alla morte,
il 29 settembre 1259, a beneficio di Treviso. Nel 1329 Castelfranco
cade nelle mani di Cane della Scala, per restare in possesso scaligero
sino all’inizio della prima dominazione veneziana (24 gennaio
1339). Il 20 dicembre 1380 un nuovo signore si affaccia sulla scena:
il padovano Francesco da Carrara. La memoria di questa breve dominazione,
conclusasi alla fine del 1388, rimarrà indelebilmente consegnata
alla rappresentazione a fresco dell’arma carrarese in forma
di ruote di carro, sotto il volto della torre principale, detta davanti.
Dal 1389 alla caduta della Repubblica Veneta (1797), se si esclude
la breve parentesi dell’infeudamento al condottiero Micheletto
degli Attendoli, conte di Cotignola (1447-1452), per i servizi militari
resi alla Serenissima, Castelfranco Veneto assume formalmente e di
fatto il ruolo di centro politico di una podesteria, governata da
un patrizio veneziano che vi risiede, con il titolo di podestà,
cui spetta l’amministrazione della giustizia civile e criminale
nella Terra (il castello, le bastie ed i borghi della città)
e nella Podesteria vera e propria, ovvero l’insieme dei villaggi
del contado. Ognuna di queste entità territoriali disporrà,
sino al 1797, di propri organismi di autogoverno locale, ma dovrà
sottostare, sino al 1805, all’antico codice legislativo (gli
Statuti) della città fondatrice, Treviso. Con le terre trevigiane
finalmente tranquille e sicure, alcune tra le più ricche famiglie
patrizie veneziane intraprendono ampi investimenti fondiari nella
Castellana, ponendo le premesse d’una splendida civiltà
di villa che “esploderà” a partire dai primi decenni
del Cinquecento. I Soranzo acquistano terreni nell’omonima località
(l’antico villaggio medievale di San Colombano), già
nel 1317; i Corner sono presenti a Poisolo e S. Andrea Oltre il Muson
nel 1358; i Renier a Castello di Godego nel 1379 (prima del 1446 subentreranno
i Mocenigo); i Barbarigo, nel 1378, e gli Emo, nel 1422, a Fanzolo;
a Treville, i Priuli nel corso del sec. XV. Alla metà del Quattrocento,
le prime seriole della Brentella (derivata dal Piave a Pederobba)
giungono ad irrigare le campagne sassose e, sino ad allora, sterili,
di Riese, Vedelago e Fanzolo. L’agricoltura lentamente rifiorisce
e aumenta la produzione di frumento e di altri cereali minori. Sulla
vasta spianata a nord del castello, la Repubblica di Venezia, conscia
della rilevanza assunta dal mercato di Castelfranco nella commercializzazione
dei grani, provvede ad erigere, nel 1420, un padiglione o pavion,
sotto il quale, al riparo dalle intemperie, si svolgono le contrattazioni.
Intorno al mercato proliferano botteghe, magazzini e laboratori artigianali.
La roggia Musonello, derivata dal Muson, è l’arteria
vitale dell’economia cittadina. La società locale si
stratifica sempre più: notai e legisti, bottegai e mercanti,
ma soprattutto “mastri” di ogni specie (vasai, maniscalchi,
zoccolai, sellai, carradori, falegnami, sarti, ecc.) animano la scena
d’una comunità che, nel 1467, conta circa tremila abitanti.
Sul fronte orientale e settentrionale del castello, si infittisce
il tessuto edilizio. Nei primi anni del Quattrocento si costruisce,
al centro del castello, una nuova residenza per il podestà
veneziano che funge pure da sede dei consigli della comunità
cittadina e del contado. Interposto fra il nuovo palazzo pretorio
e la chiesa romanica di dentro, si costruisce, nel 1493, un Monte
di Pietà. La torre davanti assurge a simbolo della comunità
urbana e della fedeltà a Venezia: nel 1499 vi si colloca l’orologio
e sopra esso il leone di S. Marco. Al trecentesco convento di S.Antonio
nel Borgo della Pieve, se ne aggiunge, all’inizio del XV sec.,
nella Bastia Vecchia, un secondo, con annessa chiesa, abitato da una
comunità di Serviti. Nel 1509, l’uragano della guerra
di Cambrai investe Castelfranco. Occupato nel giugno dalle truppe
dell’imperatore Massimiliano, ripreso dai Veneziani il 20 del
luglio successivo, nuovamente in mano tedesca pochi giorno dopo e
successivamente liberato dai soldati di S. Marco, invaso dai Francesi
nel 1511, il castello denuncia, nel corso del conflitto, la propria
obsolescenza strutturale alle nuove teniche di assedio ed all’uso
massiccio e distruttivo dell’artiglieria, e la perdita definitiva
di qualsiasi rilevanza strategica nello scacchiere della Terraferma
veneta centrale. Con il 1517 si chiude un’epoca per Castelfranco
e si apre una fase nuova, di pace ininterrotta sino al 1796 e di intenso
sviluppo edilizio ed economico.
Dal
Cinquecento all’inizio del sec. XVIII
Quasi liberata dalla rigida dimensione militare propria del castello,
Castelfranco si trasforma, nel corso del sec. XVI, in una “quasi-citta”
(la felice espressione è dello storico Giorgio Chittolini),
mediante un dinamico processo di evoluzione del proprio tessuto economico
e di riqualificazione ed addensamento del proprio patrimonio edilizio,
pubblico e privato. Le famiglie della “nobiltà”
cittadina, i mercanti e, soprattutto, gli artigiani, divengono protagonisti
attivi d’un’accelerazione straordinaria verso un esito
che, a fine secolo (1597), il podestà Benetto Balbi descriverà
con queste parole: Le mura, spalti et fosse del castello sono poste
nel mezo della Terra, attorno le quali vi sono le publiche piazze
delli mercati, che ogni settimana ordinariamente con molto concorso
di gente si fanno; sono torniate da una bastia di case et portici
con le sue boteghe de diverse arti, et mercanzie; con suoi borghi
quali tutti corispondono alle publiche piazze et fosse, et castello,
benissimo casadi et populadi; dentro il detto castello il palazzo
residentia delli Rettori et à dirimpetto è situato il
Monte santo di pietà [...]; ivi contigua vi è la chiesa
parochiale di San Liberale, et tutto il resto ripieno di bellissimi
casamenti abitati da cittadini, mercanti et artisti dalle qual cose
ne seguono l’augmento delli datii [...] di pani, lane, barette,
capeli et sede che si trazeno in questa terra che fanno per la mittà
del datio di tutto il trivisano. Dunque: Castelfranco, a fine Cinquecento,
a meno di un secolo dalla fine della guerra di Cambrai, ha mutato
profondamente la propria identità e, con essa, il proprio volto
urbanistico. L’incremento demografico, 4.400 abitanti nel 1567
(nel 1680, se ne stimeranno 5.000) ed il dinamismo intrinseco dell’economia
cittadina intorno ad un mercato in continua espansione sono le ragioni
più evidenti d’un’impetuosa spinta edificatoria,
che si propaga dai quartieri interni alle mura alle Bastie orientale
e settentrionale, ai Borghi della Pieve, di Treviso, d’Asolo
e Allocco. Questo profondo rinnovamento edilizio non scardina il rigido
assetto medievale interno al castello, l’impianto prederminato
delle bastie orientale e settentrionale e gli allineamenti lungo gli
assi stradali dei borghi della Pieve, di Treviso, d’Asolo ed
Allocco. I settori di più intenso sviluppo sono sicuramente
le Bastie, ad est e a nord della fortezza, ove alte case signorili,
talora con facciate decorate da affreschi, vengono erette da ricche
famiglie di cittadini (tra cui gli Spinelli, i Piacentini, i Pulcheri,
i Novello, i Guidozzi, i Barbarella, i Marta, i Riccati, i Colonna),
che progressivamente si autoidentificano in ceto politico e dirigente,
estromettendo dalle cariche di governo, entro la metà del sec.
XVI, i reali produttori di ricchezza (artigiani e mercanti). Lo stesso
governo comunitario concorre alla rinascita cittadina, ricercando
l’affermazione d’un’ inedita identità “urbana”
in senso anti-trevigiano che si materializza in un “catalogo”
sempre più denso di edifici pubblici e religiosi. E’
del 1532 la ricostruzione della loggia del mercato, o paveion, mentre
nel 1574 si erige un nuovo convento (dei Cappuccini). La peste del
1576-8 semina la morte anche a Castelfranco, ma non rallenta il dinamismo
della società castellana, favorito dalla posizione strategica
della città nello scacchiere viario del Terraferma veneta centrale.
Castelfranco è tappa obbligata per i convogli di merci e passeggeri
sul tragitto tra la Germania e le Fiandre e Venezia, o provenienti
dalla strada di Pontebba e diretti verso la Lombardia, il Piemonte
e, più oltre, la Francia e la Spagna.
Alla fine del sec. XVI, si pone mano a quasi tutti i ponti della cerchia
urbana, ricostruendoli in pietra (1591) e si edifica (1598) ancora
un convento, in Borgo Allocco, per una comunità di monache
clarisse, per sciogliere il voto fatto in occasione della pestilenza
di qualche decennio addietro.
Anche l’assetto ecclesiastico castellano registra un radicale
e definitivo mutamento in questa fase storica. Nel 1584, infatti,
nel tentativo di porre termine a secolari conflitti tra le due parrocchie
cittadine (la Pieve di fuori e la chiesa di dentro), si procede all’individuazione
dei confini tra le due giurisdizioni, definendo due ambiti territoriali
giunti immodificati sino ad oggi. La febbre di rinnovamento che aveva
assalito Castelfranco nel Cinqucento si spegne quasi totalmente nel
corso del sec. XVII. La città sembra chiudersi in sé
stessa, al punto che neppure la terribile peste del 1629-31 riesce
a penetrare oltre i restelli installati sui ponti di accesso al nucleo
urbano. Solo l’acqua del Muson, durante le sue non infrequenti
brentana, travolti gli argini, entra in città, come nel 1621,
allagando il settore nord-orientale all’esterno del castello
e riversandosi nelle fosse. Il sec. XVII porta con sé due episodi
distruttivi, ambedue a danno della torre civica. Il segmento sommitale
del manufatto crolla all’improvviso alle 23 del 3 gennaio 1637,
causando la distruzione di case vicine e la morte di qualche loro
abitante. Il restauro ed il consolidamento, progettati da Pietro Bettinelli,
proto alle fortezze della Repubblica Veneta, sono vanificati dal violento
terremoto di Santa Costanza, che, a mezzogiorno del 25 febbraio 1695,
scuote nuovamente la torre. Nuovamente disfatte la cupola, la cuba
e l’ottagono, sulle facciate di levante e di occidente si aprono
due ampie fessure. Le pronte opere di ripristino, restituiscono a
Castelfranco, nella primitiva integrità, il proprio edificio-simbolo.
Il Settecento
L’autonomismo perseguito da Castelfranco nei riguardi di Treviso
e una più marcata frequentazione dell’ambiente culturale
padovano (Università e Collegi, nei quali studiano i giovani
rappolli delle famiglie cittadine castellane) favoriscono, agli inizi
del secolo dei Lumi, la formazione e la maturazione in terra castellana
d’un folto gruppo di matematici, fisici, teorici dell’architettura
e della musica ed architetti “tout court”, spesso tra
loro imparentati, dai quali muove, più o meno direttamente,
una formidabile spinta di rinnovamento che torna a scuotere la vita
pubblica di Castelfranco. Jacopo Riccati (1676-1754), esponente d’una
delle famiglie più ricche della città, è il personaggio
di maggior spicco nella prima metà del secolo, anche per il
peso politico da lui avuto nel governo della Comunità cittadina,
nella quale assume ripetutamente la carica di provveditore. I figli
di Jacopo, Vincenzo (1707-1775), Giordano (1709-1790) e Francesco
(1718-1791), Giovanni Rizzetti (1675-1751) e, soprattutto, l’architetto
Francesco Maria (1701-1774), sono alcuni tra i maggiori esponenti
di una cerchia di intellettuali connotata da un dialettico e variegato
dibattito scientifico e da traiettorie speculative e progettuali,
talora di assoluta originalità. In questo clima di fervore
culturale, connotato da un “illuminismo” moderato, emerge
l’esigenza di costruire una memoria storica collettiva, che
ricomponga in compilazioni erudite l’identità cittadina.
Il compito è assunto da Nadal Melchiori, al quale si deve,
nei primi trent’anni del secolo, la redazione di un “corpus”
monumentale di opere manoscritte, grazie alle quali Castelfranco rilegge
retrospettivamente un percorso di cui precedentemente mai aveva avuto
piena consapevolezza. Gli anni della ricognizione su un passato degno
di memoria e motivo di orgoglio “municipale” sono anche
il tempo delle distruzioni, dei rinnovamenti e dei rimodellamenti,
che coinvolgono interni e facciate di palazzi della Bastia orientale
e della piazza del mercato, ma soprattutto, per effetto delle progettazioni
dell’architetto Francesco Maria Preti, alcuni dei punti urbanisticamente
più sensibili della città.
L’assetto idraulico del nucleo urbano viene sottoposto ad un’efficace
riorganizzazione, auspice quel Jacopo Riccati, che della regolazione
delle acque è uno dei maestri riconosciuti all’epoca.
Così, nel primo quinquennio del secolo si provvede a tracciare
una nuova deviazione della roggia Musonello attraverso la piazza del
mercato, per condurre acqua corrente nelle fosse, ridotte ad un malsano
stagno circolare. Un vasta ed onerosa impresa di escavazione risana
le fosse medesime, tra il 1702 ed il 1703, il cui flusso e deflusso
idrico vengono regolati mediante la costruzione di appositi manufatti.
Nella prima metà del secolo, l’annalista Nadal Melchiori
sottolinea eloquentemente la vitalità della società
di Castelfranco, molto popolato arrivando li suoi abitanti al numero
di sei milla anime, oltre li Forestieri, che di continuo giungono,
è però è scala e porta frequentatissima de monti
col mare. Le strade della città sono commode, larghe, piane
[...] e coperte di cogoli ed il suo commerzio e trafico principalmente
consiste in lane, calze telle, sede, panni, legnami, bestiami et ogni
sorte de commestibili. Le sue ottime osterie sono a commodo non solo
de’ i mercanti e i numerosi passaggieri dalla Germania in Italia,
ma ancora per l’alloggio de Prencipi e nobiltà, che di
continuo vanno e ritornano da Venezia. Il quadro ottimistico del Melchiori,
non lascia, tuttavia, trapelare la profonda crisi politica che attanaglia
la nobiltà locale. La disaffezione per le cariche pubbliche
e la pesante pressione fiscale sia locale che statale gravano su un
ceto sociale che non dimostra altrettanto dinamismo economico quanto
quello esibito da mercanti ed artigiani. Nel 1719 si assiste ad un
tentativo di impedire l’accesso alle cariche politiche della
Comunità cittadina ai non nobili, ma nel 1728 è la stessa
Repubblica Veneta, preoccupata dalla ridotta funzionalità dei
consigli cittadini di terraferma, a togliere ogni divieto di assunzione
di incarichi ed uffici pubblici da parte di chi non abbia almeno 20
anni ed una minima capacità contributivo. Dopo il 1728, e sino
al 1797, gli organi collegiali di governo castellani vedranno seduti
fianco a fianco esponenti di casate illustri (Riccati, Guidozzi, Colonna,
Piacentini, ecc.), artigiani e commercianti (Puppati, Moletta, Trevisan,
ecc.)
La crisi politica (che è anche demografica ed economica) dello
Stato veneto di Terraferma, nella seconda metà del Settecento,
non risparmia Castelfranco: la popolazione diminuisce (3.374 abitanti
nel 1766) e le pubbliche intraprese subiscono una battuta d’arresto,
cosicchè si sfruttano risorse edilizie resesi disponibili dopo
le soppressioni conventuali del 1769, per allocarvi l’Ospedale
(è il caso del convento dei Cappuccini) ed il Collegio comunale
(istituito nel 1782) nel convento dei Serviti.
Dalla caduta
della Repubblica di Venezia (1797) ai primi anni del Novecento
Nella primavera del 1796, Francia ed Austria, in conflitto tra loro,
invadono la Repubblica Veneta, ponendo, così, fine a quasi
tre secoli di pace. Soldatesche straniere battono le strade del territorio
di Castelfranco, trasformandolo in campo di battaglia e sottoponendo
ad angherie, violenze e requisizioni la popolazione della città
e dei villaggi del circondario.
Il 2 maggio 1797, Napoleone Bonaparte entra in Treviso e il 17 dello
stesso mese si costituisce a Castelfranco la Municipalità democratica,
presieduta da Enrico Rainati. A memoria delle novità rivoluzionarie,
l’8 giugno, abbattuti i simboli della Serenissima, l’albero
della libertà viene piantato nel “piazzotto” del
castello. Ma la dominazione francese ha vita breve, perché,
già con il trattato di Campoformido del 17 ottobre 1797, il
Veneto passa nelle mani dell’Austria, rimanendovi sino alla
fine del 1805. Il 26 dicembre di quell’anno, la Castellana,
con le provincie venete viene annessa al napoleonico Regno d’Italia.
Dal 22 dicembre 1807 all’inizio del 1815, Castelfranco Veneto
fa parte del Dipartimento del Bacchiglione, con Vicenza città
capoluogo. La fine del sogno di Napoleone imperatore, sancita dal
Congresso di Vienna (1814) coincide con il ritorno delle terre venete
all’Austria, che vi dominerà sino al 1866. La prima metà
dell’Ottocento si connota, per Castelfranco, con una lenta rinascita
edilizia, economica e culturale. La costruzione di nuovi edifici pubblici
(in primo luogo il Monte dei Pegni, nel 1825), la fondazione, nel
1822, della Cassa di Risparmio (una delle prime in Italia), il fiorire
della Scuola Comunale sotto la direzione di Sebastiano Soldati, futuro
vescovo di Treviso, l’istituzione (1816) e la lunga attività
culturale d’una filoaustriacante Accademia dei Filoglotti (ne
sono soci, tra gli altri, L. Crico, J. Monico, A. Fusinato), sono
solo alcuni tra i sintomi d’una cittadina ambiziosa e ancora
provvista del dinamismo sufficiente per crescere e progredire, dopo
la caotica fase storica vissuta dal 1796 al 1814.
Le tensioni risorgimentali non scuotono oltre misura Castelfranco,
elevata al rango di Città con rescritto imperiale del 6 giugno
1861 forse per controbilanciare l’attività del filosabaudo
Comitato segreto castellano (presieduto, fino al 1864, dal poeta Arnaldo
Fusinato), il cui empito patriottico viene sicuramente superato dalle
esperienze di due castellani : Antonio Turcato, fucilato dagli austriaci
nel 1860, a Vicenza, e Antonio Guidolin, detto “dei Mille”
per aver partecipato alla leggendaria spedizione garibaldina. Nel
1866, il Veneto (e Castelfranco) si riunisce all’Italia e l’evento
viene celebrato con sfarzo nella villa dei Revedin, in Borgo di Treviso,
alla presenza del principe Amedeo di Savoia. L’Unità
accende una nuova stagione di imprese edificatorie pubbliche, ispirate
alla rinnovata volontà dei ceti dirigenti locali, di dare a
Castelfranco Veneto un volto nuovo e moderno, adeguato al ritrovato
clima di libertà. Gli interventi edilizi, nutriti quanto mai
prima, riguardano spazi urbani aperti ed edifici pubblici. Ne sono
promotori la borghesia urbana conservatrice dalla fase post-unitaria
(il primo sindaco è il conte Francesco Revedin, cui segue,
dal 1869 al 1879, l’avv. Giuseppe Rostirolla) alle elezioni
amministrative del 7 ottobre 1905, poi, sino al 1911, la giunta comunale
liberal-democratica del sindaco Albino Bossum, alleata alle forze
socialiste locali.
Dalla prima
guerra mondiale (1915-1918) alla contemporaneità
Le prime avvisaglie dell’imminente conflitto giungono, per i
castellani, nella primavera del 1915, con il trasferimento a Firenze
(14 aprile), a scopo cautelativo, della Pala di Giorgione, che tornerà
nel Duomo di S. Liberale solo il 3 luglio 1919. Castelfranco diviene,
in breve, una città di retrovia, alla quale confluiscono, provenienti
dal fronte, lunghi treni-ospedale, carichi di soldati feriti. La caserma
di cavalleria San Marco, in Borgo Allocco, si trasforma nell’Ospedale
da campo n. 202. I soldati morti per le ferite riportate in battaglia
risulteranno talmente numerosi (oltre un migliaio, alla fine della
guerra), che si dovrà ampliare il Cimitero comunale per potervi
inumare tutte le salme. La città è attraversata dai
convogli di materiali bellico diretti al fronte e per rendere più
fluido il traffico militare, nel 1916 si costruisce il cavalcaferrovia
di Borgo Padova.
Castelfranco, per la propria condizione di nodo ferroviario primaria
rilevanza strategica nel Veneto centrale, subisce durissimi bombardamenti,
tra cui quello terribile della notte di San Silvestro del 1917, che
provoca lutti e distruzioni. Con la fine della Grande Guerra, si apre
un periodo di pesante crisi economica e sociale, caratterizzato da
un’acuta conflittualità politica e sindacale. Ne sono
pienamente coinvolti sia il mondo operaio che quello rurale. L’occupazione
delle fabbriche castellane nel 1919, le rivendicazioni ed i sommovimenti
dei contadini organizzati nelle Leghe bianche di ispirazione cattolica,
la vittoria del Partito Popolare di don Sturzo (24 seggi su 30) nelle
elezioni amministrative del 13 settembre 1920, sono solo alcuni tra
gli eventi più significativi del difficile periodo post-bellico.
Nelle elezioni comunali del 16 settembre 1923, si vota sull’unica
lista presentata, quella fascista. Sindaco della città viene
eletto il capostazione Guglielmo Gambetta, lo stesso che, il 21 aprile
1927, aprirà la serie dei podestà e dei commissari prefettizi
fascisti. La Seconda Guerra Mondiale porta con sé bombardamenti
e nuovi lutti. Tra l’inverno del 1944 la primavera del 1945,
si attiva, a Castelfranco e nel territorio, l’iniziativa resistenziale
per opera della Brigata partigiana “Cesare Battisti”,
al comando di Gino Sartor. Il 29 aprile 1945, Castelfranco Veneto
torna ad essere una città libera. Quale primo sindaco provvisorio,
dopo la Liberazione, il Comitato di Liberazione Nazionale castellano
nomina l’avvocato Alberto Mario Bossum, che rimarrà in
carica sino al 4 marzo 1946.
Giorgione

Autoritratto
Giorgio da Castelfranco, detto Giorgione, nacque a Castelfranco Veneto forse nel 1477. La scarsità di notizie biografiche non ci permette di ricostruire con esattezza le tappe della sua vita, non sappiamo con esattezza quando, a Venezia, fu allievo di Giovanni Bellini, secondo la testimonianza del Vasari. La sua pittura risente anche dell’influsso di grandi artisti come Antonello da Messina, Dürer, Leonardo, che, soggiornando a Venezia, vi importano linguaggi pittorici diversi. In questa città eseguì due importanti opere: un grande dipinto, oggi andato perduto, per la Sala dell'Udienza in Palazzo Ducale databile tra il 1507 e il 1508 e gli affreschi sulla facciata del Fondaco dei Tedeschi realizzati nel 1508 di cui oggi ci resta un frammento di nudo femminile conservato nelle Gallerie dell'Accademia. Tra le opere giovanili a lui attribuite abbiamo: l’Adorazione dei pastori della National Gallery di Washington, l’Adorazione dei Magi, la Madonna col Bambino, la Giuditta, la Laura, la Prova del fuoco. Opere attribuite a Giorgione con certezza, grazie agli appunti scritti tra il 1525 al 1543 dal patrizio veneziano Marcantonio Michiel, sono: La tempesta che si trova alle Gallerie dell'Accademia di Venezia, I tre filosofi del Kunsthistorisches Museum di Vienna e la Venere della Pinacoteca di Dresda, della quale il paesaggio e il Cupido, ora non visibile, probabilmente esaguiti da Tiziano. Ad esse si possono affiancare con sicurezza la Pala di Castelfranco nella chiesa di San Liberale, probabilmente del 1504 e il Ritratto virile del Museo di San Diego in California. La pittura tonale veneta con Giorgione si definisce nei suoi elementi caratteristici :"Il segno di contorno scompare, tutto diventa più morbido e permeato di luce; una luce che sembra scaturire dalle cose stesse, mutevole, instabile, trepidante come il sentimento umano" (Zampetti). Notevole fu l'influenza del maestro su artisti come Tiziano e Sebastiano del Piombo. Giorgione morì di peste a Venezia nell’autunno del 1510.
la "Pala"
La gastronomia locale e altri appuntamenti

Importante per l'economia agricola castellana è la Fiera del radicchio variegato, l'appuntamento annuale è ormai da diversi anni sotto il tendone eretto in piazza Giorgione la settimana precedente il Natale; squisito e delicato, unico anche nell'elegante aspetto esteriore che lo vorrebbe fiore più che ortaggio, il radicchio castellano trova nella Fiera l'indispensabile contatto diretto con il consumatore, altrimenti molto limitato dall'esiguità della produzione e dai notevoli costi. La Fiera è quindi anche e soprattutto festa gastronomica, in cui il radicchio variegato viene affidato alle mani esperte di insegnanti ed allievi dell'Istituto Professionale Alberghiero di Castelfranco. Allegro, colorito e vivace è il Carnevale castellano, tornato in auge grazie alla notevole partecipazione delle maschere che si riuniscono nel grande contenitore di piazza Giorgione: migliaia di persone invadono il centro della città, sgomberato dalle auto, per riscoprire il potere esaltante del Carnevale, in attesa di assistere, la sera di martedì grasso, all'esplosione pirotecnica dei fuochi del castello. La vastità della piazza Giorgione, davvero rara e straordinaria nell'ambito dell'urbanistica medioevale e comunale, costituisce la cornice ideale per sempre nuovi appuntamenti come: La sfilata storica in costumi d'epoca; La festa dello sport; Le mostre di pittura; La corsa delle auto d'epoca; Le gare ciclistiche e tante altre manifestazioni che attirano sempre grandi e piccini. Appuntamento importante per la cultura gli spettacoli al Teatro Accademico che propone da alcuni anni una Stagione Musicale alla quale si affianca una Stagione di Prosa di notevole interesse.
Dove mangiare e dormire a Castelfranco Veneto
Per approffondire:
http://www.comune.castelfrancoveneto.tv.it/





